I "Pianeti erranti" di Magni e Genovese: odissea nella fantascienza italiana sul grande schermo dal cinema muto ad oggi
Piccola trasgressione nelle nostre costanti digressioni a ritroso, ma di senso compiuto considerato l’oggetto dell’intervento. Vale a dire la presentazione di un prezioso supporto a tutti i fanta-cinefili degni di tale appellativo. Trattasi di “Pianeti erranti”, corposo “Dizionario dei film di fantascienza italiani” prodotto da Bloodbuster edizioni (che i più scafati associano agevolmente al benemerito negozio di supporti video/audio e memorabilia, in Porta Venezia a Milano).
A chi dovesse storcere il naso “in che senso fantascienza italiana?”. Ecco che potrete rispondere con apposito tomo, frutto della catalogazione di Alberto Genovese (critico cinematografico e regista indipendente) e Daniele Magni (co-gestore di Bloodbuster insieme a Manuel Cavenaghi e co-autore di altri titoli sul cinema di genere: poliziesco, horror, blaxplotation, spionistici e musicarelli).
Due penne a briglia sciolta, senza patemi e pregiudizi, lontane da asfissianti analisi e toni professorali, bensì franchi e spicci nel condensare in oltre 370 pagine una esaustiva carrellata di titoli che testimoniano quanto il nostro Paese abbia contribuito all’immaginario fantascientifico filmico. Un contributo che raramente sfiora il mainstream, anzi si attesta più felicemente nelle serie minori oggetto della vocazione abbracciata da Bloodbuster, ossia quelle dalla B alla Zeta.
“Futuri apocalittici e disumani, alieni improbabili e mondi incredibili, supereroi senza poteri, astronavi sbilenche, fanfaronate demenziali e autoproduzioni al limite del credibile”. Questo il menu, per sommi capi, dei “Pianeti erranti”. Ma oltre le note di copertina ovviamente c’è molto di più.
Dopo una brillante (ed esilarante) prefazione del regista Ciro Ippolito, che negli anni ‘70 – ‘80 fu uno dei capitani coraggiosi del cinema italiano (su tutti ricordiamo il suo “Alien 2 sulla Terra” confezionato in tempo record per cavalcare l’onda del successo di Ridley Scott), il volume offre una gustosa panoramica sul cinema fantastico “preistorico”. Vale a dire film realizzati da semisconosciuti pionieri del cinema a pochi anni dalla diffusione dell’invenzione dei Lumiere.
Genovese svela l’esistenza di un “Matrimonio interplanetario” del 1910, ispirato al Viaggio sulla Luna di Meliés, opera dello scrittore e fumettista Enrico Novelli (noto con lo pseudonimo di Yambo) e di “Filibus, pirata dell’aria” di Mario Roncoroni nel 1915 che riprende temi verniani (insomma lo steam prima del punk).
Il dizionario è alfabeticamente tale. Parte da “Acid Space”, uno stop motion di Stefano Bertelli del 2015 tutto da scoprire e termina con la misconosciuta “La Zona” di Valentina Danelli e Giovanni Villa (anno 2022). In mezzo c’è il mondo, anzi un cine-universo di che cronologicamente prende le mosse dal 1958 con “La morte viene dallo spazio” di Paolo Heush e arriva a lambire le produzioni degli ultimi anni (ci sono anche i Me contro te… nulla resterà impunito).
Come detto, se ne trovano per tutti i gusti. La declinazione italica della fantascienza infatti è sempre stata ibrida e nel peggiore dei casi accessoria a qualche ambientazione futuribile. Ricordiamo i vari “Toto nella Luna”, “I marziani hanno dodici mani” o il “Fantozzi 2000 – la clonazione” che mettevano l’accento sulla comicità. “I fantastici 3 supermen” o “Uno sceriffo extraterrestre… poco extra e molto terrestre” nel ramo delle commedie a sganassoni.
Ma ci sono anche space opera assolutamente concorrenziali con le produzioni americane (più o meno visto che il budget non era assolutamente comparabile), firmate da Anthony Dawson ossia Antonio Margheriti e Al Bradley alias Alfonso Brescia. E pietre miliari (fatte con tanta fantasia e arte d’arrangiarsi) come “Terrore nello spazio” del maestro Mario Bava o gettonatissimi post apocalittici come “Fuga dal Bronx” o “Endgame”.
I film del secolo scorso passati in sala – magari anche veloci quanto una meteora – sono trattati alla pari delle produzioni post duemila che forse hanno avuto platee ancor più ristrette, ma rientrano nel genere e… chi siamo noi per negare loro un’opportunità?
In definitiva “I pianeti erranti” è una pregevole mappa per orientarsi nella marea di visioni offerta dalle piattaforme in rete e, per gli appassionati, un succulento compendio di indicazioni per sviluppare ricerche e percorsi nelle proprie videoteche. A valorizzare il tutto, lo stile disinvolto e amicale di Genovese e Magni nel raccontare trame, fatti e fatterelli. Niente pagelle, ma onesti punti di vista. “Erranti” o no che importa? La risposta sta nella nostra “visione”.


