Il calabrone verde che passò per la cruna dell’ago

The Green Hornet, un "criminale" che si batte per la giustizia

Ronza, è verde e picchia duro. Non è il mio conto in banca e neppure la messaggistica persecutoria di una ben nota applicazione. Si tratta invece di The Green Hornet, ossia il Calabrone verde. Un personaggio che nelle nostre lande è noto per il telefilm che ne narra le gesta. E più universalmente per la partecipazione al suddetto show del venerabile Bruce Lee in tutto il suo marziale splendore.

Erano gli anni Sessanta – il 1966 per la precisione – e il flower power serpeggiava tra petali e fiamme che sarebbero divampati nella protesta generazionale. Vista dall’Italia, l’America (sinonimo di Usa allora) era la patria degli eroi, il faro della libertà e della democrazia (sic, come si cambia…) e dei grandi sogni di successo. Naturalmente di tali valori e aspirazioni servivano sempre freschi testimonial e la macchina dell’intrattenimento americano non conosceva sosta nel forgiare eroi e super eroi utili a perpetuare la magia del sogno.

Ma ieri come oggi l’impresa dell’intrattenimento preferisce non uscire dal seminato. Vuoi mettere la comodità di lavorare su un archetipo, su una vicenda che è già risuonata nelle orecchie del pubblico, rispetto alla fatica – e soprattutto al rischio – di costruire consenso attorno a una “nuova” figura. Ecco che si ricorre (oggi è quasi la regola) al ripescaggio degli eroi che furono, ma con il garbo di reinterpretarli secondo lo spirito dei tempi senza stravolgere. William Dozier è il produttore che allora si gettò nell’impresa di questo revival a misura di piccolo schermo.

Il suo primo colpo fortunato fu Batman, che nella sua coloratissima e fumettosa messa in scena conquistò grandi e piccini. Adam West e Burt Ward, insieme alla pregiata collana di caratteristi che vestivano i panni dei super cattivi divennero l’espressione più propria del camp: uno stile goliardico, spinto verso la parodia ma nel rispetto dell’essenza dei personaggi e delle vicende. L’operazione Batman piacque molto, conquistò il cosiddetto pubblico trasversale e ancora oggi lo guardiamo con piacere essendosi ritagliato un’iconica porzione nella saga dell’uomo pipistrello.

Green Hornet ha avuto genesi e percorso differente. In primis va detto che il personaggio non arriva dai comics, bensì dalla radio. Negli anni ‘30 era la radio la regina dei media nei Paesi ad alto tasso di sviluppo e i radiodrammi erano racconti recitati e sonorizzati che tenevano milioni di ascoltatori “incollati” agli apparecchi. Da questo competitivo calderone nel 1936, sulle frequenze della WXYZ di Detroit, spunta il nostro calabrone.

Un personaggio che nasce sulla scia del successo di Lone Ranger – altro eroe solitario mascherato con spalla combattente al seguito – nella fasullissima epopea del Far West edulcorato in salsa yankeee. Green Hornet venne forgiato su richiesta di George W. Trendle, uno dei proprietari dell’emittente, per ampliare gli spazi di intrattenimento su altri generi, visto il buon ritorno in ascolti e pubblicità. Le idee le assemblarono lo scrittore Frank Striker e il regista James Jewell.

Hornet è un paladino mascherato della giustizia votato alla lotta al crimine organizzato. La particolarità stava nel fatto di muoversi in una zona grigia, non legata alle forze di polizia istituzionali, ma indipendente e quindi con mano libera nei confronti di malfattori e corrotti scaltri nell’impiego di schermi legali e altre sofisticate trappole.

Ricorderete che spesso nella narrativa dei polizieschi accade che un tutore della legge recuperi indizi e prove significativi, ma se il metodo non è lecito le prove non sono ammesse in giudizio. Ergo, il malfattore la fa franca. A superare l’impasse arriva Green Hornet, sciolto dalle redini del diritto, ma forte del pugno e della pistola a gas, punta e punzecchia l’indiziato finché il criminale casca nella rete della giustizia.

Il suo modus operandi si inseriva felicemente nella campagna della lotta al crimine cara alla propaganda di marca Fbi pilotata dal poco limpido Edgar J. Hoover. Anche se proprio per non urtare la suscettibilità di quest’ultimo, venne cambiato il claim che annunciava un Green Hornet combattivo là dove i g-men non riescono ad arrivare (e per g-men intendersi il personale del Fbi).

La maschera di Green Hornet, in sintesi, è la copertura per il volenteroso editore Britt Reid, uomo dallo spiccato senso di giustizia, convinto però che per contrastare crimine e corruzione non basti l’impegno civico alla luce del sole, magari con qualche infuocato editoriale. Un paladino dalla nomea di super criminale può scendere agilmente al livello “sregolato” dei malviventi per raddrizzare torti e vanificare complotti. Con certi personaggi “intoccabili”, infatti occorrono maniere forti in un guanto d’astuzia.

Ecco allora che con la collaborazione dell’inventivo Kato, nascono l’outfit e i gadget che caratterizzano il temibile Hornet. La Black Beauty, veloce e blindata, le pistole a gas e altri strumenti dai suoni singolari e caratteristici che ovviamente in radio – insieme ai jingle martellanti – esaltano e suggestionano l’ascolto.

Dettaglio non secondario nella legenda dell’eroe: Reid ha lo stesso cognome di Lone ranger, sarebbe quindi un discendente del giustiziere mascherato del West, continuatore della stessa incessante battaglia contro il crimine organizzato o improvvisato che sia.

Negli anni ‘40 Green Hornet ebbe il suo primo revival. Venne infatti portato sul grande schermo per una serie di avventure a episodi, come era accaduto per Flash Gordon, Lone Ranger e altri impavidi eroi, utili a infoltire il palinsesto a ciclo continuo dei teatri trasformati in templi del cinema.

Nel primo ciclo di avventure, Green Hornet è interpretato da un tosto Gordon Jones affiancato da Keye Luke, un Kato di origine… coreana. Ebbene sì la politica entra di peso anche nell’intrattenimento. Un politically correct che guarda alle dinamiche internazionali in cui il Giappone non è più una simpatica nazione in via di sviluppo, ma un agguerrito e militarizzato concorrente nell’area del Pacifico che non nasconde le sue mire coloniali sull’intero scacchiere asiatico. Ecco spiegato il cambio di nazionalità del buon Kato.

La formula fece centro e nel 1941 arrivò un secondo ciclo di avventure – Green Hornet colpisce ancora! – che schierò un nuovo volto per l’eroe, quello di Warren Hull, ma mantenne Luke (attore americano di origine cinese, quindi non si cambia, anche se da coreano passò ad impersonare un oriundo filippino, sempre per cautele politiche).

Piccola digressione: essendo un film a episodi a cadenza settimanale, all’inizio di ogni puntata veniva proposto uno sintetico riassunto scritto. La spiegazione scrollava sulle immagini dal basso verso l’alto dello schermo come sarebbe accaduto per una notissima saga stellare apparsa nel 1977. Forse al cinema, durante qualche replica, prendeva appunti un giovane George Lucas.

Ora, nel revival televisivo anni ‘60 del Calabrone verde, firmato da Dozier, si rimarca subito un concetto particolare che lo distingue dalla quasi totalità del panorama eroico: Green Hornet è una doppia copertura. Nel senso che sì, è l’alter ego di Reid, ma sulla scena si propone come un ras del crimine. Una posizione che gli consente di addentrarsi nei meandri criminali con maggiore agilità e di sventare piani e organizzazioni stratificate attraverso l’approccio ingannatore.

Inutile tergiversare sul fatto che tra i motivi che hanno reso memorabile questo telefilm c’è la partecipazione di Bruce Lee nei panni di Kato. Il fido “valletto” è una tigre del kung fu (nella variante ricodificata dallo stesso Lee) pronta a dare spettacolo della sua arte non appena gli venga data occasione. E come veniva sottolineato nelle varie biografie, è davvero veloce e letale. Capisci perché gli venisse imposto di rallentare i movimenti a favore dei cameraman.

La stella destinata a brillare nel tempo appartiene senz’altro al Kato di Lee: colpi risolutori, poche battute e primi piani risicati. Però quando lo vedi in azione sorge naturale il desiderio di saperne di più su questo personaggio fascinoso e ritagliato nella sua umile dedizione. Ahimè, gli sceneggiatori sono di altro avviso e restano fissi sulla pista del calabrone interpretato da un Van Williams ottimamente calato nella parte dell’editore senza paura.

Il cast infatti per quanto non vario e scoppiettante quanto quello di Batman, offre diversi motivi di interesse. Il prestante Williams ha una buona capacità di recitazione ed è convincente sia nella parte del cittadino/editore che vuole giustizia che nei panni spavaldi e minacciosi del Green Hornet. La sua carriera non è stata molto prolifica, anche perché non aveva molta considerazione dello show businness. E a giudicare dalla piega presa dagli altri attori del cast, la produzione non deve essere stata un’esperienza particolarmente esaltante.

Sappiamo che Bruce Lee si sentì ampiamente sminuito in un ruolo con poca possibilità di evoluzione. Del resto le puntate seguono uno schema ben preciso: l’introduzione del caso, la presentazione in stile radiofonico, l’avvio dell’investigazione, il culmine del confronto che si scioglie nel rapido finale. Un ordine serrato che lascia poco spazio alle variazioni sul tema.

Il tono generale è meno giocoso rispetto a Batman, la battaglia al crimine è un affare serio, da affrontare con ogni mezzo necessario (purché onorevole). Non mancano decessi, rapimenti, traffico di droga, lavaggi del cervello, e soprattutto rapine, ricatti e corruzione orchestrata in varie salse.

A stemperare il clima, altrimenti troppo cupo e bellicoso delle imprese del duo di giustizieri, ci sono due figure di segno diverso, ma con medesima funzione: dare qualche pennellata di colore. Lloyd Gough è Mike Axford, un vecchio segugio della carta stampata che sente il ronzio di Green Hornet in ogni malefatta (la sua ossessione ricorda il J. Jameson nella sua crociata contro l’Uomo ragno) e le sue sfuriate sono divertenti. Più intrigante invece miss Case, la segretaria che è depositaria del segreto di Reid (insieme al procuratore generale Scanlon… e questo potrebbe aprire un’altra parentesi sulla concezione di giustizia dentro e fuori dalle regole) interpretata dall’elegante Wende Wagner: bellezza e charme vanno di pari passo offrendo l’immagine di una giovane donna, intelligente, di sani principi e chiari obiettivi. I lampi di gelosia del suo sguardo quando Reid si atteggia a playboy con qualche sciantosa sono estremamente eloquenti, ma fin troppo caricati. La “segretaria”, come Kato, è un satellite di Reid che non manca di iniziativa e temperamento. Insomma non una semplice figurina da comprimaria.

L’incantevole Wende Wagner va menzionata anche per la partecipazione ad un film di fantascienza (una produzione di serie… K del 1966) intitolato “Destination inner space”, nel quale ha modo di mostrare la sua dimestichezza con l’elemento acquatico. Aveva infatti lavorato come controfigura per le riprese in acqua anche nei telefilm Sea Hunt e gli Acquanauti (gli zii di Baywatch, televisivamente parlando).

Per chiudere con il Calabrone non si può osservare che i tempi per un nuovo revival potrebbero essere maturi. Il film del 2011 di Michel Gondry con Seth Rogen, Jay Chou e Cameron Diaz aveva rastrellato consensi al botteghino, ma il set era stato complicato e le pressioni sul contenimento dei costi stressanti, affossando così la prospettiva di un sequel. Un paio di anni fa si era annunciato un progetto in lavorazione, ma è facile immaginare che non sarà semplice condurlo in porto.

Il problema di fondo – che torna a galla per tanti eroi dal reddito esorbitante – è che oggi i super ricchi, sempre più esponenti di un “mondo a parte”, risultano difficilmente credibili nei panni di paladini dei più deboli. Anzi il loro impegno quotidiano pare ostinatamente indirizzato in direzione contraria al bene comune e alla giustizia sociale. Certo, nella finzione si possono costruire delle eccezioni ricorrendo a traumi importanti: Batman è segnato dalla morte dei genitori, Iron Man dal cuore malato. Green Hornet ha nelle vene il sangue di Lone Ranger e disporrà anche di una sincera attitudine alla percezione del buono e del cattivo, però le sue motivazioni oggi appaiono poco consistenti. Di multi milionari che agiscono come dei Robin Hood alla rovescia ne abbiamo parecchi, difficile immaginarli come segreti benefattori. Chissà se il cinema compirà di nuovo la magia.

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