Dal Giappone con fervore una chitarra per viaggiare nel tempo-spazio
Ultimo scampolo d’estate con qualche mezza giornata di sole strappata alle nubi dell’incipiente autunno. Come contrastare il tipico gloom da cambio stagionale? Musica, ragazzi/e!
La magica risposta sta in un nome: Masayoshi Takanaka. Chi è? Chitarrista e compositore dal Giappone con fervore. Classe 1953 (ma soprattutto classe da vendere) e una discografia – soprattutto quella solista – che è sa aprire, con melodia e dolcezza, il varco del sorriso negli scenari più oscuri.
Figlio di una coppia mista: lui cinese di Nanchino (e ben sappiamo cosa accadde lì), lei giapponese (Takanaka il cognome), Masayoshi sviluppa rapidamente l’interesse per la musica e in particolare per la chitarra. Siamo negli anni sessanta è i Beatles impazzano, suonare la sei corde è il nuovo must per ogni giovincello minimamente esperto.
La leggenda narra che durante una festa scolastica il gruppo ingaggiato fosse in difficoltà: il chitarrista era troppo brillo per continuare. Qualcuno sa suonare? Ecco che Masayoshi si alza. E non si è più seduto. La chitarra a tracolla è divenuta parte del suo modo di essere. Un modo di essere mai banale. Infatti se i suoi modelli sono stati occidentali: i Fab Four appunto, i Cream di Clapton e i Ten Years After, ben presto Takanaka elabora una sua linea personale. La sua chitarra è fluida, gorgoglia come un ruscello e soffia come vento, il colore è quello dell’argento che brilla al sole.
Tutto ciò però si concretizza nel 1976, data di uscita del suo primo album. Nei primi anni ‘70 infatti si fa le ossa come musicista di supporto e poi entra nella Sadistic Mika Band (se non la conoscete, un ascolto è d’obbligo), dove consolida la sua presenza e prestanza. Quando la band si disfa ecco l’opportunità per spiccare il volo. Ed esce così Seychelles. Un autentico trip esotico, che trascende la cocktail music più spiccia per accedere a nuove dimensioni armoniche e cinematiche. Il respiro è disteso, il ritmo non manca ed è placido, solare, positivo. Takanaka dialoga con le percussioni, con le tastiere valorizzando gli accenti giocosi, senza imporsi.
Da Seychelles è un crescendo che ogni volta sa stupire per profondità ed eleganza. Solo pensare a cosa proponeva il suo album Takanaka del 1977 in piena ondata punk c’è da trasecolare. Ma occorre tenere presente che in quegli anni la musica viaggiava meno velocemente e le distribuzioni erano abbastanza randomiche.
Fino al 2015 il buon Takanaka ha sfornato la media un album all’anno (a volte anche due) trovando ad ogni giro nuovi fan dei suoi scenari sonori. Anzi va sottolineato che il web ha dato nuova linfa alla diffusione della sua musica rilanciando la sua carriera in una serie di concerti sempre ad alto tasso di entusiasmo.
Per capire quale sia il calibro di Takanaka si trova il rete un mega concerto dell’agosto 1981 (Summer live Super Session, sponsorizzato Pioneer) con il mitico Santana in cui se la suonano alla pari nella piena comunione della fusion. Ed è come ascoltare due due amici di vecchia data che si ritrovano pur avendo vissuto per anni sulle sponde opposte dell’oceano.
Volendo immergersi nel Takanaka world consiglio di tuffarsi in Finger Dancing del 1980: un compendio patinato del sound dell’epoca. Attraversare le stanze musicali di Plastic Tears, Space Wagon, Heat Ache e ovviamente Finger Dancing sarà come ritrovarsi in un party dai profumi esotici e orizzonti palmeggiati in accese tinte pastello.
Altro che mollezze da saudade, Takanaka è un sorriso a colpo sicuro per sfidare gli autunni più cupi.