L’animazione del braccio destro di Tezuka, dalle leggende dell’antichità alle future frontiere dell’umanità

Grazie alla rete – bisogna rendere il giusto tributo – siamo fortunatamente sempre meno abituati all’abbaglio del genio. Chiarisco: i capolavori del cinema raramente sono opera di una sola illuminata visione. Spesso si tratta di opere corali, nate da contributi diversi e fiorite grazie ad attive collaborazioni. Il budget conta, ma non è tutto (lo stato della cinematografia contemporanea lo chiarisce abbastanza).
Premessa generale per raccontare il felice incontro con Eichi Yamamoto (1940 – 2021), regista e sceneggiatore che sta dietro al successo di serie televisive e lungometraggi firmati dal padre dei manga, vale a dire Osamu Tezuka. Il Walt Disney giapponese aveva infatti un solido braccio operativo e socio creativo in Yamamoto, che giovanissimo lasciò la corte del vulcanico mangaka Ryuichi Yokoyama (un pioniere da riscoprire, anche perché la sua attività attraversa il baratro della seconda guerra mondiale), per associarsi alle produzioni del geniale disegnatore di Toyonaka.
Per capirlo basta citare due titoli, prodotti dalla casa Mushi del maestro Tezuka: la serie televisiva di Astro Boy (1963) e quella di Kimba, il leone bianco (1966). Capisaldi dell’animazione e trampolino di lancio per la qualità dell’animazione giapponese al resto del mondo. Una platea che ovviamente solleticava l’appetito del buon Tezuka, deciso più che mai a sdoganare il cartone animato dalla dimensione della comunicazione infantile: si può essere semplici e fantasiosi e parlare di qualsiasi cosa! Il cruccio dei grandi artisti.
Colpito dai progetti grandiosi della Toei per portare gli anime nelle sale cinematografiche, Tezuka avviò un piano attraverso la sua casa di produzione Mushi che si tradurrà in una trilogia denominata “animerama”. Alla regia dei tre lavori stava proprio Yamamoto, che si misurò in principio con “Le mille e una notte”, uscito nel 1969. Una favola adulta che incrocia le peripezie di Aladino e Sinbad alle prese con subdoli prepotenti, agguerriti predoni e magiche situazioni… che non lasciano in sospeso l’immaginario erotico. La categoria adulta infatti per Tezuka significa trattare apertamente anche aspetti della vita che di solito restano “dietro le quinte”, dei separè del pudore nei quali audacemente pratica un foro che troverà parecchi followers.
“Le mille e una notte”, con le musiche di Isao Tomita ad accompagnare slanci e sognanti parentesi e i brani dinamici degli Helpful soul, fu un successo. Tezuka nel 1970 rilanciò con “Cleopatra”, film ambientato in un’antichità visitata da esseri del futuro. Il suo stile umoristico e ironico traspare in ogni scena, ma le tematiche e la trama sono adatte ad un pubblico adulto: violenza, scene di nudo e amplessi intuiti sono espressi mescolando il tratto caricaturale e goliardico ad alcune interessanti sperimentazioni grafiche sostenute da una valida colonna sonora, sempre a cura di Tomita.
“Cleopatra” racconta un momento cruciale della storia di Roma e tratteggia alla giapponese personaggi classici che hanno segnato l’immaginario dell’Occidente (e non solo). Se nelle “Mille e una notte” Tezuka giocava con le fiabe, ora la narrazione leggera e irriverente, ma non certo edulcorata nei soprusi e negli strazi, si diverte con le “grandezze e le bassezze umane (la canzoncina sulle scimmie è abbastanza chiara sulla visione della nostra civiltà).
Arriviamo al terzo sofferto capitolo della trilogia adulta diretta da Yamamoto: “Belladonna della tristezza”, anno 1973. Tezuka partecipò ben poco al progetto e l’opera non beneficiò della sua levitas.
Se, come si è detto, le ambientazioni del primo film sono le favole e nel secondo la storia, nel terzo è l’arte a fare da tessuto al racconto. Belladonna è una giovane intelligente e innamorata, ingannata e tradita prima dal suo amante e poi dalla gente e dal potere che ha sfruttato il suo sapere. Una vicenda amara, situata in un medioevo europeo fiabesco che parla di eros e repressione, di femminilità e ignoranza, di sacrificio e di grettezza.
La connotazione artistica sperimentale si manifesta nel tipo di animazione giocata più sulle linee che sulle inquadrature: l’immagine è tagliata, ingrandita, lacerata. E’ il disegno a stagliarsi nella sua intensità tonante, dai paesaggi espressionisti ai corpi che occhieggiano a Egon Schiele, Gustav Klimt e alle miniature medievali, dalle sequenze oniriche dal surrealismo lisergico alle rapsodie violente con grafiche cangianti scandite dalla musica del jazzista Masahiko Saito in chiave prog.
Troppo “crudo”, troppo “nero” – nonostante la colorita tavolozza – troppo “originale”: il pubblico mancò l’appuntamento in sala e il risultato fu una grossa perdita. Gli apprezzamenti all’estero non portarono i soldi necessari per ripagare la costosa produzione. Non mi sbilancio ad affermare che “Belladonna” fu il colpo di grazia per la Mushi, di sicuro fu il canto del cigno per una fucina creativa unica. Un brutto colpo per Tezuka e per lo stesso regista.
Yamamoto però era un’ottima penna e il suo talento non rimase nel cassetto: nella seconda metà degli anni Settanta lo troviamo alla sceneggiatura della mitica serie televisiva Corazzata Spaziale Yamato, alias Starblazer per noi italiani (accoglievamo infatti la versione “masticata” negli Usa). Lo stesso entrò in scena per comporre la trama del film che riassumeva le 26 puntate e aggiungeva qualche novità.
Fu un grande successo, come tutti sanno, e Yamamoto prese il largo. Forse saturo, forse appagato. Il suo nome non ricompare che negli anni ‘80 quando gli viene affidato il progetto “Oshin”, ossia la trasposizione in anime di quella che definiremmo una telenovela di grandissimo impatto nel Giappone post bellico: una storia di resilienza, diremmo oggi, al femminile che attraversa due guerre mondiali e si innesta negli anni della ricostruzione.
La versione anime delle miserie e della lotta di Oshin per conquistarsi un “posto al sole” non catturano però l’audience: il prodotto è per famiglie, ma manca il traino dei piccoli spettatori e dei giovani, sintonizzati su altri temi.
La capacità di Yamamoto comunque non venne scalfita e la prova sta in “Odin: Photon Sailer Starlight”, lungometraggio uscito nel 1985 per la Toei, nel quale cura regia e sceneggiatura. In 139 minuti un condensato di idee e suggestioni fantascientifiche da meritare una serie televisiva. Yamamoto racconta la conquista del sistema solare nell’anno 2099 e la vigilia di una innovazione nei viaggi spaziali che potrebbe liberare l’umanità dai limiti della velocità della luce. Si tratta del veliero (sì, strutturalmente è identico a una nave a vela e – per gli intenditori – ricorda parecchio quello di Guerre fra galassie) capace di impiegare una propulsione a fotoni che gli permette di “accorciare” i viaggi nello spazio-tempo attraverso piccoli buchi neri. Insomma, non è il “salto spaziale” dei Guerrieri delle stelle ma poco ci manca.
Il design generale è molto poco manga e più vicino agli standard occidentali, risultato di una piena consapevolezza dell’interesse del mercato estero per l’animazione nipponica. Sinceramente il film non l’ho mai visto circolare sui canali televisivi in Italia, ma il sottobosco del mercato home video può aver favorito qualche fortunato cultore. Ora
la rete supplisce a tante mancanze. E in questo caso non di poco conto.
L’animazione di “Odin” è un livello medio alto con parecchi momenti spettacolari: scenari spaziali e mega costruzioni molto suggestive, personaggi delineati alla occidentale anche se dai caratteri evidentemente nippo oriented: coraggio, abnegazione e un pizzico di follia.
Certo, nella vicenda possiamo cogliere tante influenze del periodo, soprattutto dal cinema di fantascienza di maggior richiamo del periodo: Tron, The Black Hole, il primo film di Star Trek. Poi ci sono i riferimenti alla mitologia norrena (Odino, Asgard) e agli argonauti della Grecia sulle rotte sconosciute che confluiscono nelle visioni della letteratura fantascientifica. Insomma Yamamoto sembra comporre una summa di ciò che più ha amato nelle narrazioni del futuro dell’umanità: dalle elenganti astronavi con propulsione a vela solare, corridoi direzionali tracciati da potenti laser, un’esplorazione spaziale che si muove con timoroso rispetto e l’audacia di chi vuole spostare sempre più in là le frontiere della conoscenza. Non manca un monito contro l’invadenza dell’automazione, che tutti gli spiriti fini del tempo avevano colto allora e che oggi fronteggiamo in uno scenario tutt’altro che limpido.
Ancora siete qui a leggere? Correte a recuperare l’ultimo sogno di Eichi Yamamoto!



