Veloce, furiosa e sexy: storia di una pin-up a mano armata

La corta parabola di Claudia Jennings, star dei B-movies degli anni ’70

Il nome di Claudia Jennings non dirà molto a tanti di voi. A meno che non siate collezionisti di paginoni centrali di riviste “culturali”. Sì, Claudia era fiorita alla notorietà come una playmate nei “favolosi” anni Sessanta, ma non fu una delle tante conigliette di passaggio nei giardini di Hugh Efner e soci. La carta patinata fu il suo trampolino per il cinema e infatti oggi possiamo ricordarla come uno dei volti memorabili nel folto sottobosco della cinematografia di genere. Qualche dramma, commedie giovanilistiche dalle pennellate anticonformiste, storielle romantiche, ma sopra ogni cosa: azione! Sissignori, Claudia dai lunghi capelli rossi (un rosso biondo) sullo schermo pare avere una gran confidenza con auto sfreccianti, armi da fuoco e combattimenti corpo a corpo.

Un corpo che naturalmente non passa inosservato: longilinea, bel sorriso, forme sinuose, un viso da volpe impertinente, tratti di una femminilità che seduce ma non si fa afferrare. Non sono ancora scoccati gli anni ‘80, quando le donne vengono spartite in due rigide categorie: tenere donzelle da salvare oppure muscolari compagne che affiancano l’eroe di turno. No, qui i riflettori sono accesi nel pieno dei ribollenti anni ‘70 su una protagonista femminile che non rinuncia ad affermare la sua personalità e coglie ogni occasione per esprimere un carattere indipendente e audace: una figura di donna che, va detto, raramente trova una degna rappresentazione nel cinema “commerciale” (passatemi il termine un po’ opaco).

La carriera di Claudia Jennings si estende in poco meno di un decennio per volere di un destino bizzarro e brutale che la strappa sulla via della “walk of fame” in un banale incidente stradale nel 1979. Forse l’aggettivo banale è fuori luogo – non c’è nulla di banale in un incidente grave – ma l’espressione deriva dal fatto d’averla vista compiere manovre parecchio spericolate al volante in diversi film. Motori rombanti e ruote roventi, carrozzerie che ondeggiano come motoscafi sulle polverosi provinciali trasformate in set di inseguimenti mozzafiato.

Ma Claudia Jennings non è soltanto una agguerrita amazzone su quattro ruote. All’occorrenza sa destreggiarsi con barche, bisonti della strada e… pattini. Prima del distopico Rollerball con James Caan e un poco più tardi di Kansas city bomber con Rachel Welch, la nostra si misurò in una poverissima ma anarchica narrazione del mondo dei roller derby. Unholy rollers del 1972 la vede nei (pochi e molto attillati) panni di Karen Walker, una giovane ribelle che trova nel circuito il palcoscenico adatto alle sue intemperanze caratteriali. Davvero una punk a rotelle da recuperare.

Al confronto il film della Welch, che godeva di un budget di altro tenore, scalfisce soltanto la superficie del fenomeno e approfondisce poco la psicologia della protagonista: madre, sportiva e donna in cerca di una propria autonomia. Karen Walker invece è già oltre il dibattito sull’emancipazione femminile, è un personaggio che vuole prendersi tutto ora e di costruire una zona di conforto non le importa nulla. Il gesto trionfante con il quale mostra il suo tatuaggio (un “marchio” indubbiamente poco femminile, ma scelto come sfida alle convenzioni) riflette il suo credo: essere fedeli a se stessi, alla propria libertà.

Indubbiamente qualche scintilla dei pattini di Karen è volata in quelli del gladiatore a rotelle Jonathan E. dato che il film è uscito nel 1975.

Certo, le idee circolano, le produzioni del mercato fuori dalle grandi case cinematografiche si moltiplicavano in quegli anni, cercando di solleticare tutte le lecite o poco lecite passioni degli spettatori. Ad esempio, la narrazione del “selvaggio West” già nella seconda metà degli anni ‘60 aveva preso una piega più veritiera e sporca (grazie anche allo spaghetti western). Quindi per calamitare gli sguardi sul genere era necessario alzare (o abbassare) l’asticella del cliché. Ecco spiegate le scene di violenza in Willy & Scratch che vede Jennings nella parte di Jennifer.

Si osa ancora di più in Truck stop women (uscito lo stesso anno). Che ne dite di una sequela di furti, rapine e tradimenti in una stazione di servizio tra Messico e Usa con bordello annesso? Pare una delle spin black comedy di Guy Ritchie. Ovviamente se quest’ultimo gioca a ping pong con il montaggio, in Truck stop assistiamo a palleggi da fondo campo. Però non mancano i passaggi incrociati, i morti ammazzati, gli inseguimenti sulle strade secondarie. E tutto ciò con personaggi talmente caratterizzati da sembrare usciti dalle pagine di un fumetto: facce che sono carte d’identità, abbigliamenti e atteggiamenti studiati per rafforzare la prima impressione. Il tutto con pochi dollari da spendere per il regista e produttore Mark L. Lester (che comunque fece incassare circa 4 milioni su un budget di 300mila). Un signore che in futuro avrebbe diretto Roller boogie (e Claudia ci sarebbe entrata di diritto, sic) e “filmoni” come Classe 1984, Fenomeni paranormali incontrollabili, Commando e nel 2013 il mai non visto abbastanza Poseidon rex.

Essendo Truck Stop Women una storia corale, il personaggio di Rose interpretato da Jennings non spicca molto, pur mantenendo delle note psicopatiche di un certo livello fino al drammatico finale.

Ma il 1974 non è ancora finito e la nostra Claudia riesce a girare altri due film. Trattasi di piccole produzioni allestite da Beverly e Ferd Sebastian, una coppia di cineamatori tuttofare decisi a introdursi nel business del grande schermo pur avendo scarse risorse. Il film The single girls ha un bilancio complessivo di 45mila dollari e, attori a parte, ben poco personale. Soprattutto il direttore della fotografia (non pervenuto stando alla penombra generale delle riprese). La storia è un giallo classico con l’aggiunta di generosi svestimenti che innescano l’istinto omicida del killer di turno.

Di seguito Jennings si avventura con i Sebastian in Gator bait: quasi rape & revenge nelle paludi tra Texas e Louisiana. Circa tre mesi di lavoro duro in uno scenario naturale ostico alle cineprese e ai poveri attori per rappresentare una vicenda malsana di giustizia corrotta, degrado morale e mentale. Un’atmosfera inquietante e malata che verrà ripresa – molto – meglio in Un tranquillo weekend di paura e I guerrieri della palude silenziosa. La resa al botteghino comunque è superba.

Jennings, va rimarcato, coltiva anche la televisione: appare in Ironside, Banaby Jones e Cannon. Nel 1975 a parte I telefilm Movin’on e Caribe non la si vede altrove. La carriera sembra un po’ in stand by e tra le aggravanti va messa una certa frequentazione di droghe e alcol che complicheranno il suo percorso sulla già accidentata via del cinema.

Nel 1976 ecco che arriva ad una grande produzione: l’Uomo che cadde sulla terra con l’alieno David Bowie. Ha una parte piccola però si tratta della rinomata “serie A” e questo aumenta le sue quotazioni o quantomeno le consolida.

Nello stesso anno esce il film che è il diamante della corona per Claudia Jennings: The great Texas dinamyte chase. Un racconto di riscatto dalla povertà della dispersa provincia americana che strizza l’occhio a
Bonnie
and Clyde, Una calibro 20 per lo specialista, The Getaway di Steve McQueen e insomma al rigoglioso filone dei road movie a mano armata. Il tutto condito con humor, toni da commedia, moderati sprazzi di violenza ed erotismo senza ipocrite pruderie.

Jennings interpreta una giovane evasa da un’istituto di correzione che rapina una banca tenendo tutti in scacco con un candelotto di dinamite acceso. Lo fa per saldare i debiti del padre e salvare la fattoria di famiglia. Dopodiché si lancia all’avventura, troverà una ex cassiera (una brillante Jocelyn Jones) come compagna di imprese e attraverseranno paesini e sobborghi trovando sostenitori, complici e antagonisti, soprattutto tra forze dell’ordine che hanno il grilletto facile.

Se tutto ciò vi ricorda qualcosa chiamato Thelma & LouiseRidley Scott del 1991 – siamo in sintonia. Con la sostanziale differenza che le ragazze della dinamite non rivendicano nulla, se lo prendono. La loro scelta di campo, oltre la legge, non è un manifesto di genere o una sfortunata conseguenza: Candy e Ellie-Jo combattono la loro battaglia per una vita pienamente felice. Al bando sogni e fantasie, prendiamo ciò che conta adesso, è il loro motto. Guardando al finale delle fuggitive Thelma e Louise, intrappolate da una serie di scelte poco lungimiranti, il “messaggio” delle ragazze dinamitarde pare molto più efficace.

Detto ciò Claudia ancora non fa il botto, anzi sembra vacillare. Nel 1978 è nel film Moonshine county express, un abbozzo avventuroso automobilistico che pare una costola di Dukes of Hazzard: produttori di alcolici negli Stati del Sud, vendette sanguinose di rivali e istituzioni corrotte (abbiamo esattamente il boss panciuto e fumante che nel telefilm sarà Boss Hogg). Le protagoniste sono tre sorelle, ma lei è quella di mezzo e non raccatta molte inquadrature, la macchina da presa guarda più a Susan Howard.

Il sospetto che la nostra valchiria non fosse del tutto “presente” si consolida attraverso le molteplici testimonianze del successivo film: Deathsport (I gladiatori dell’anno 3000) del 1978. Produzione di Roger Corman con David Carradine in veste di cavaliere post atomico. Al suo fianco c’è proprio Claudia Jennings che si alterna temerariamente fra cavalli e moto sfreccianti destando viva preoccupazione nei colleghi per il suo status piuttosto “high”. E se lo ricordava un fumatore dedicato come Carradine possiamo crederci.

Il film ebbe numerosi problemi, a partire dal regista Nicolas Niciphor non proprio a suo agio con il cast, tanto da alzare le mani. Anche sulla nostra beniamina. Ma queste cose non vanno fatte mai e soprattutto non nei pressi di un “monaco shaolin” come Carradine: non gli fece fare il bis e con una mossa lo spedì all’ospedale.

Sul mondo di Deathsport ci sarebbero diverse cose da raccontare, se non dovessimo seguire la traiettoria della nostra piccola stella ormai all’ultima curva. Quella dove compare la locandina di Fast Company (Veloci di mestiere), anno 1979, regia di David Cronenberg. Sì proprio quel Cronenberg che diventerà il maestro officiante dei racconti di metamorfosi e mutazioni.

Siamo anche qui in una storia di motori, anche se in termini più classici: sostituite i tori scalcianti del rodeo con potenti dragster ed ecco fatto. Il pianeta delle gare di velocità sparate al centesimo di secondo, auto caricate come razzi pronti bruciare metri o bruciare con il pilota. Vite sul filo del rasoio che rincorrono il mito dell’America su ruote. Niente di complicato, tutto adrenalina.

Lei è la compagna di William Smith, il corridore protagonista. Nome che dice poco ma è stato l’antagonista in decine di telefilm, qui invece è l’eroe, pilota di lungo corso, che si batte per l’onore e la gloria contro il solito gretto manager.

La parte di Claudia non è granché articolata, ma si ha modo di vederla recitare per bene ed è davvero convincente nel mix di innamorata devota, pronta a schierarsi dalla parte del suo uomo. Ebbene i tempi stanno cambiando, le donne al comando di sé stesse non funzionano tanto al cinema. O forse non si vogliono far vedere.

Claudia non vivrà per vedere gli sviluppi di questa tendenza. Non sapremo mai se sarebbe divenuta una lady tutta zucchero e miele o se avrebbe proseguito il suo tragitto negli sterrati delle serie minori. Uno schianto fatale sulla Pacific Coast Highway nei pressi di Malibu ha troncato ogni possibile risposta. Aveva 29 anni, una vita sua con alti e bassi e una manciata di sogni regalati al suo pubblico. La sua piccola stella non brilla nella passeggiata della fama a Hollywood, ma possiamo restituirle un po’ di luce nel nostro club di setacciatori del passato.

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