Barkett, la perla nascosta del cinema fai da te

L’apocalisse in jeans, un par di baffi e sguardi fissi

Il 2024 si appresta al saluto, con il codazzo tradizionale delle feste che i nostri tempi venali traducono nella marcia forzata dei regali. Non mi tiro asceticamente fuori dal corso degli eventi, anzi elargirò quello che in inglese è definito un “guilty pleasure”, una piacevolezza di poca virtù, quasi un allentamento della cinta del senso critico e morale. Il nome del dono è Steve Barkett: regista, sceneggiatore e attore. E se non vi dice nulla è perché da tempo il web ha colpevolmente sepolto la sua opera cinematografica. Volontariamente o no, anche i motori di ricerca sono incapaci di classificare un fenomeno creativo che sfugge agli incasellamenti. Sì, perché Barkett appartiene al ceppo verace degli innamorati pazzi del cinema, amatori ad oltranza, oltre le distanze e le risorse. E (forse) anche oltre le capacità proprie del mestiere.

Ma non temete, la noia non abita nei suoi film. L’esperienza offerta da Barkett è completa: le sue storie contengono l’avventura, il brivido e la passione necessari alla confezione di uno spettacolo avvincente. Certo, conoscere gli ingredienti non significa essere automaticamente in grado di cucinare una torta alla perfezione…

Per chiarire l’allusione va citato quale nume tutelare l’intemerato Ed Wood – ingiustamente bollato come il “peggior regista di Hollywood” – giustamente celebrato da Tim Burton nell’omonimo film.

Barkett, “posseduto” dallo spirito del cinema come Ed e come lui collezionista di porte sbattute in faccia, sodalizi frantumati e sanguinosi prestiti con contorno di collette, arrivò al traguardo della cinepresa. Che però non bastava per cucinare un film. Quindi divenne produttore, sceneggiatore, regista e… ahinoi, attore principale. L’ultima voce non è chiaro se l’abbia voluta per un eccesso d’ego o per scarsità di materiale umano (leggi, anche gli attori mangiano e vanno pagati).

Alziamo quindi il sipario su The Aftermath del 1982, noto anche come Zombie Aftermath. Prima raffica di applausi per la locandina: eroe a torso nudo e jeans attillato (in una versione piuttosto idealizzata della prestanza fisica del buon Steve) con coltello rambesco alla mano, donna poco vestita accosciata che brandisce fucile d’assalto, bambiniello zazzeruto che si stringe al braccio del suo difensore e occhieggia un’orda infernale che sgorga dalle macerie di una città.

Ditemi voi se questo non è un crogiuolo di citazioni del cult e prefigurazioni di ciò che verrà: le geometrie dei poster di Star Wars, il coltello risolutore di Rambo, gli zombi evergreen (nel senso pieno del colore) che appesteranno la cinematografia del decennio. Ma ci sono anche il baffo e la calotta di capelli alla Chuck Norris, così come l’accoppiata jeans e stivaletto che adotterà di lì a poco il temibile Kenshiro della divina scuola Hokuto.

Ma non facciamoci prendere la mano dal delirio prima del tempo. Barkett, come detto, racimolò quanto poteva per dare corpo a questo racconto post apocalittico, che nel cast radunava parenti e amici, location domestiche e come materiale di scena un armamentario raccattato tra fondi di garage, avanzi di cantiere e prestiti di conoscenti molto fiduciosi.

Da quanto si sa Barkett contattò Roger Corman, il re Mida dei produttori (l’uomo che non ha mai perso un centesimo facendo cinema, per sua stessa amissione), specialista del cinema di genere biecamente bollato come di serie B, ma soprattutto protagonista indiretto del rinascimento hollywodiano che condusse alla Mecca del cinema registi e attori che hanno costellato gli anni ‘70 e ‘80 di piccoli e grandi capolavori (non mi dilungo e li dò per acquisiti).

La speranza di Barkett, è facile immaginare, era di entrare nelle grazie produttive di Corman o almeno nel suo circuito di distribuzione. Dopo aver visto il girato, il boss si limitò dare dei consigli. Tentare la via della sale cinematografiche, anche in quei giorni di vacche grasse (cinematograficamente parlando), non era semplice. Meglio puntare alla via più quieta ma fiorente del mercato home video. Ecco spiegato perché Aftermath è praticamente una “perla” sconosciuta qui in Italia.

Ultima nota sulla produzione: effetti speciali di livello degno, gradevoli matte (i fondali disegnati o fotocollage che risolvono il problema di costose scenografie) e soprattutto una robusta colonna sonora con orchestrazione, sul modello dei colossal anni ‘50-’60, firmata da John Morgan.

Passiamo al cast: Barkett è il protagonista Newmann, la sua fiamma è Lynn Margulies, una graziosa giovinotta strategicamente esposta. L’antagonista è Sid Haig (1939 – 2019), volto cattivo di centinaia di telefilm e più di recente recuperato da Rob Zombie nei suoi progetti horror, un professionista che ha vissuto più vite, da bimbo ballerino alla musica fino all’ipnoterapia (c’è materiale per un film nella sua biografia). Un cameo di lusso è quello di Forrest J. Ackerman (1916 – 2008), figura determinante per lo sviluppo e la diffusione della fantascienza da circuito di amatori a status di professionisti. Citabile, ma non classificabile in quanto interpreta la voce registrata di un morto stecchito (proibitivo per il budget averlo per intero), Dick Miller, uno degli attori di casa nelle tante produzioni cormaniane e in parecchi telefilm. E chiudiamo con le “star” ricordando Jim Danforth, qui recitante, ma noto per la sua opera negli effetti speciali e in primis nella stop motion (sono suoi i pupazzi de “Il giorno in cui il tempo si fermò”, di cui abbiamo parlato sul blog). Danforth cura anche gli effetti “spaziali”, mentre Robert e Dennis Skotak si occupano della fotografia e dei visual effect, ossia le matte di cui sopra.

Proseguendo nell’elenco degli attori abbiamo Christopher Barkett, che presumibilmente è il ragazzino (lo stesso che troveremo cresciuto in Empire of the dark, quasi un decennio dopo, ma questa è un’altra storia…) e Laura Anne Barkett (la moglie direi, anche se c’è una Lynne Barkett come assistente al montaggio, addetta al trucco e al montaggio del sonoro). Non si sbaglia ad affermare che è un film fatto in famiglia. Tra l’altro nei titoli di coda spunta la dedica a due altri Barkett… nonno e nonna?

E’ tempo di tramare e quindi sotto con la storia: tre astronauti di ritorno da una lunga missione spaziale sono stupiti dal totale silenzio radio del centro comando prima e dell’intero pianeta poi. L’irreparabile è accaduto: una apocalisse atomica con contorno di guerra batteriologica ha sterminato la popolazione mondiale. Restano pochi superstiti in lotta per arraffare il cibo e il petrolio disponibile. Se poi ci sono anche padelle (questa la capirete guardando) e fucili ben vengano. Naturalmente non mancano gli zombi, esseri sfigurati da radiazioni e assalti batteriologici che hanno perso ogni controllo (ma conservano un discreto abbigliamento).

Gli astronauti, ignari di tutto, tentano un atterraggio di fortuna con il loro shuttle dagli interni spartanissimi, orgoglio della più avanzata tecnologia elettroferramentistica combinata ad un discreto uso delle proiezioni video. Scelgono di atterrare… di notte… in mare… per essere più visibili. Non sobbalzate troppo perché questo è soltanto il primo di una serie di “ragionamenti” che renderanno la trama a prova di noia e di buon senso.

Prima pecca: l’alternanza tra l’assalto dei predoni e le drammatiche scene del rientro dallo spazio distrugge la tensione di entrambe le sequenze. Un erroraccio di montaggio (o forse sceneggiatura) che Barkett si accolla per intero. Chiaro che per reggere il minutaggio devi avere attori degni di tale etichetta e magari qualche scenografia o immagini lavorate per re
ndere giustizia al racconto visivo.

Tiriamo avanti: si salvano Newman (Barkett) e Matthews (Larry Latham) e dopo una perigliosa parentesi in riva all’oceano con insistenti inquadrature della stessa roccia (mi attendevo di vederla citata nei credits) guadagnano la brughiera per subire l’assalto notturno degli zombie. La triste rivelazione si compie al mattino con la visione delle rovine della città. Mi direte se Buronson non ha preso ispirazione per i cumuli di macerie delle metropoli kenshiriane.

I due, trovata conferma del disastro negli studi di una radio dove si era barricato l’ultimo reporter sano, decidono di sistemarsi in un villino per rifocillarsi e sbarbarsi (Barkett però conserva il suo baffetto da sparviero con un portamento di tale orgoglio che sbertucciarlo pare brutto). Attrezzata la base, Newman decide di partire per esplorare questo mondo nuovo segnato dalla violenza.

Quello che troverà lo lascio scoprire ai vostri sguardi senza paura, anticipandovi soltanto momenti di imbarazzanti outfit, comicità involontaria, montaggio zoppicante e battute all’insegna del più tipico stereotipo avventuroso. Il che non significa che sia un film brutto, è il film onesto di un appassionato che si propone al meglio delle sue possibilità per inserirsi nel solco dei tanti post atomici del periodo. E soprattutto ci racconta la difficoltà di fare cinema.

Aftermath è circolato negli States e anche fuori visto che si cita anche una versione laserdisc dell’opera. Forse esiste un piccolo culto di Barkettiani. Anzi togliamo il forse. Soprattutto dopo aver visto Empire of the Dark, la sua seconda prova di regia datata 1990 (il tempo non porta consiglio) e riprova esponenziale di quanto di peggio visto nel primo film. Trattasi di un potente shakerato di sanguinari culti demoniaci, sensitive fuori di testa, poliziotti dai sogni premonitori, spadaccini Conaneschi, penosissimi mostri delle tenebre e figli ritrovati (con tanto di baffo spiovente). Al centro, come sempre, un Barkett indomito, sempre pronto a stupire con il suo sguardo magnetico da ardito pescatore di trote salmonate. Tanto terribile  da fare il giro della morte… e del divertimento. Quindi come non voler bene a mr Barkett? Soprattutto ora, come pronto antidoto all’iperglicemia natalizia.

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