Alieno, malvagio e confuso, lo Stridulum che affascina

Un tuffo negli ibridi fantastici di Ovidio, nel senso di Assonitis

Tutto inizia da un immagine che vaga per il web. Franco Nero – patrimonio della cinematografia mondiale – agghindato in panni di profeta, occhi azzurrissimi e capelli di un biondo giallastro, che tira al tuorlo d’uovo. Ci fissa con quel magnetismo proprio di chi sa che può “bucare” lo schermo. Con il coefficente di penetrazione proprio di chi vuole piantare un “semino” nella consapevolezza altrui. Un profeta.

Come non incuriosirsi? Da qui inizia la scoperta di “Stridulum”, noto anche come “The visitor”. Un film del 1979 che appartiene alla sopraffina categoria degli inclassificabili (ricordate l’articolo di Horror Express?). Per la regia di Giulio Paradisi (attore e regista per cinque lungometraggi dal 1970 al 1982) il film schiera un cast di tutto rispetto: il patriarca John Huston, Mel Ferrer, Glenn Ford, Shelly Winters, Sam Peckinpah e un “giovine” Lance Ericksen ancora lontano dai fasti lugubri di Millennium.

La domanda che spunta è: come si produce questo spiegamento di forze? La risposta è Ovidio G. Assonitis, produttore, sceneggiatore, regista etc, fortemente attivo nella regione dei cinema di genere dagli anni ‘70 in avanti. La sua mano ha lasciato parecchi sottofiloni da esplorare, opere che ai tempi erano bollate come stramberie malriuscite se non vere trappole “acchiappa gonzi”, costruire per sfruttare il richiamo di altre pellicole di successo.

Ebbene, in parte è un po’ vero, ma rientra nella logica commerciale del cinema che è sì opera d’arte ma è pure un’impresa volta al profitto che remunera gli sforzi creativi e le performance delle maestranze specializzate (più i conti bancari dei produttori).

E allora è un piacere vedere come Assonitis abbia veleggiato per i sette mari della cinematografia mondiale mettendo l’ancora nei porti dei film di genere e seguendo la corrente dei filoni che prospettavano floridi bottini.

Tanto per fare un esempio Assonitis ha prodotto e diretto (con il nome de plume di Oliver Hellman) nel 1977 il “water monster movie” chiamato “Tentacoli”. Ovviamente sulla scia de “Lo Squalo” ma non certo ricalcato e con accenti di suspence virati all’horror. Al posto del pescecane troviamo una piovra colossale ripresa pochissimo e decisamente predatoria nei confronti degli “appetitosi” bagnanti. Per l’occasione si assembla un cast di vecchie glorie che sicuramente avrà incuriosito il pubblico del tempo: John Houston, Shelly Winters, Bo Hopskins ed Henry Fonda. Ma il vero colpaccio sta nei numeri: con un budget di 750mila dollari incassa tre milioni.

Assonitis trionfa e salpa subito per altre rotte: dopo aver esplorato le regioni del thriller con pulsioni erotiche (Nel labirinto del sesso del 1969, Chi l’ha vista morire? e le possessioni demoniache (Chi sei? Del 1974) si rituffa nel lacrima movie con Il giorno in cui Babbo Natale pianse (Last touch of love). Genere già sperimentato nel 1973 con “L’ultima neve di primavera” e con “Dedicato a una stella”, diretto da mister “scontri stellari” Luigi Cozzi. Le tre storie sono simili: si raccontano gli ultimi giorni di bambini e ragazze malati terminali con esiti diversi ma strazio uguale.

Eccoci al 1979: Assonitis deve acchiappare il filone aureo per la coda. Non facile: c’è un ritorno forte della fantascienza, in particolare legata agli ufo (Incontri ravvicinati del terzo tipo) e alle Guerre stellari. L’horror si sta consolidando come genere commerciale “pronta cassa” e in particolare non manca un certo interesse per le sfumature messianiche e demoniache. Il buon Ovidio e il regista Giulio Paradisi imbastiscono così “Stridulum”, che verrà poi sceneggiato da Luciano Comici e Robert Mundi. Quanto dello scritto sia stato tradotto in immagini lo possono dire soltanto loro. Il risultato è davvero… originale.

Le premesse: secondo il profeta Franco Nero in un tempo immemore due forze aliene si confrontarono sulla Terra, il malvagio Sateen (familiare vero?) e il buon Yahweh (anche questo indubbiamente con copyright) con la sua armata di volatili combattenti. Il primo venne sconfitto ma il male che aveva in sé si disperse negli abitanti del pianeta. Ora la sua linea di pura cattiveria potrà ricomporsi nell’unione di due individui: Katy, la figlia di una ricca ereditiera e il suo futuro fratellastro. Come vediamo i richiami a Omen e Rosemary’s baby non mancano.

La partenza è molto suggestiva: Nero pare un santone che predica in una serra futuribile, le sue visioni sono ambientate in uno scenario desertico con cieli da apocalisse psichedelica. Poi si arriva ai giorni nostri e, diciamo, il film perde un po’ il controllo. La sequenza della partita di basket, che serve ad esplicitare i poteri psichici di Katy, è lunghissima. Si spiega soltanto con una sponsorizzazione della squadra di Atlanta (tra l’altro si cita un cameo di Kareem Adul Jabbar, ma non ho trovato giocatori somiglianti. Nel caso smentitemi).

Le cose si complicano quando si deve raccontare il complotto attorno all’ignara Barbara, individuata dai “sateenisti” (fa un po’ ridere, lo so) come “veicolo” per l’incarnazione del figlio del male. Il buon, anzi il malvagio Lance che si presenta in qualità di super ricco dalle fonti di guadagno misteriose, le prova tutte per sedurla. Sfortunatamente per lui, Barbara è già stata spostata con Sam Peckinpah e deve averne avuto abbastanza di mariti eccentrici.

Il piano quindi si complica mentre Katy smania nell’esplicitare i suoi poteri, contrastati soltanto da un serafico John Houston in qualità di rappresentante del bene e da una Shelly Winters in versione Mary Poppins tira ceffoni. Con piglio poliziesco piuttosto blando c’è pure Glenn Ford, che indaga fiutando anomalie e… si scotterà parecchio.

Mi sembra di aver detto abbastanza, perché il resto è tutto da gustare a video: la fotografia non sempre uniforme, un montaggio a tagli secchi per dare dinamismo come piaceva (o meglio si doveva) fare ai tempi, dialoghi che vorrebbero dire e restano un po’ in sospeso, scene madri in cerca di padri al bar. Una generale sensazione di rilassato scompiglio che posso immaginare abbia innervosito Ericksen alla ricerca di un ordine espositivo più, diciamo così, efficace.

Paradisi – e immagino anche Assonitis – non sembra vogliano uscire allo scoperto, lasciare nel vago e questo, a prescindere dalla cura o dalle risorse (il budget totale era di 800mila dollari), tutto sommato giova all’atmosfera del racconto. Certo gli “effetti” sono tutt’altro che speciali (forse i giochi di luce in cielo potrebbero prefigurare la trovata del “Problema dei tre corpi”, ma non esageriamo) e si avverte una consonanza con thriller argentiano più che al racconto fantascientifico. Ad ogni modo stabilire linee di confine è accademico quanto inutile: Stridulum è quello che è, un inclassificabile, un (forse non del tutto volontario) crocevia di generi.

Come si accennava, scorrendo la filmografia di Assonitis sono parecchi i motivi di soddisfazione. Elenchiamone alcuni: Piranha 2 che vanta la regia d’esordio – sconfessata poi parzialmente riammessa – del signor James “avatar” Cameron, gli American nija che appestavano le seconde serate di Italia uno il sabato sera, una della prime trasposizi
oni di un racconto di Lovecraft (Il colore dallo spazio) al cinema ossia “La fattoria maledetta”, che in inglese suona con un più calzante “The curse”. Ma c’è spazio anche per i serial killer con Madhouse e Midnight Ride (attenzione c’è Mark Hamill senza la forza degli Skywalker). E con Choke Canyon il nostro Ovidio piazza pure un curioso eco-vengeance – uno scienziato ambientalista che si fa Rambo per contrastare la tipica multinazionale monnezza – con acrobazie aeree di tutto rispetto.

Non fate pertanto l’errore di pensare che Assonitis sia soltanto un mestierante della serie B: da produttore ha meso a segno il grande successo del remake di “Profumo di donna” con Al Pacino e poi è stato alla guida del Cannon group/Pathè Communication negli anni ‘90 sfoderando film chiaramente indirizzati al circuito home video e televisivo. Progetti che non puntavano all’Oscar ma ad (in)sano intrattenimento titillando il pubblico con il ventaglio dei generi e dei filoni per poi sparigliare le carte.

In tale calderone lasciatemi pescare l’ultima perlina. Riportiamo le lancette al 1987, al filone fantasy muscolare di Conan e i suoi misconosciuti fratelli. Qui troviamo Iron Warrior, per la regia di Alfonso Brescia. Ebbene, voi che amate gloriarvi del trash sorbite questo… “esperimento”. Terzo capitolo della serie di Ator (i primi due, afflitti da costi bassissimi di produzione, sono davvero ostici, anche per le “bocche buone”), anche se la storia va da sé: due fratelli gemelli, uno rapito e cresciuto da una strega, l’altro si forgia guerriero e gli capita di incocciare la solita principessa in ambasce che lo trascina all’avventura nella quale si compie il suo destino.

La regia di Brescia venne interrotta da un incidente stradale e fu Assonitis a prendere le redini del set allestito nella suggestiva isoletta di Gozo (Malta). I personaggi (un Miles O’Keefe dalla recitazione litica e gli occhi ammalianti di Iris Peynado) sono agghindati molto in stile anni ‘80, le sequenze potrebbero abbinarsi a dei videoclip. Ahimè la storiella è piana – come il 90% del fantasy… lapidate pure – e non ci rivela molto, ma visivamente ha qualche momento di respiro che permette di incorniciare l’opera come figlia del suo tempo. E si sa, la storia è maestra, ma per integrare il magro stipendio rivende ninnoli inutili e trashiosi, ma irresistibili per gli estimatori di pezzi rari. Ovidio Assonitis è stato uno dei suoi agenti di fiducia e oggi, nel mondo sempre più digitale e categorizzato, incline a ripetere sé stesso, è un piacere rendere omaggio alla sua navigazione audace e corsara.

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