Brividi senza lividi: mostri, mutazioni e strade per l’inferno

Dall’armadio delle produzioni dimenticate, tre idee per Halloween

Halloween è ormai all’orizzonte. Abbiamo qualcosa di simpaticamente spaventoso da proporvi che non siano le notizie del telegiornale? Ma sicuro. Andiamo per gradi di paura, partendo dall’aperitivo.

Riso e spavento sono due estremi che trovano consonanza non solo nell’isterismo e nei mix delle migliori commedie. Un interessante tentativo venne prodotto negli anni ‘70 con la serie televisiva che dal titolo dice tutto “Monster Squad”. Il meccanismo era originale: prendere delle vecchie glorie dei film del terrore – i classicissimi eternati nei film della Universal pictures e della Hammer – per costruire un nuovo team. Ma non attendetevi sfracelli funesti: il conte Dracula, l’uomo lupo e Frankenstein (ahimè non la creatura del dottor Frankenstein come sarebbe corretto) stavolta combattono per far trionfare il bene e la giustizia.

L’idea è di Stanley Ralph Ross, attore e scrittore, già dietro le quinte del telefilm di Batman negli anni ‘60, dei Monkees e di Wonder Woman. Avrete capito che il suo genere è leggero, improntato alla commedia più che alla lotta. L’ambientazione è totalmente camp, sopra le righe, ironica, a tratti infantile. A volte ci si chiede se questa non sia una versione live di un cartone animato della scuderia Hanna e Barbera. La vicenda parte da Walter, un giovanotto geniale che si costruisce il Crime computer, capace di analizzare, elaborare e individuare ogni minaccia criminale al mondo. E ovviamente non finisce qui, perché Wally che lavora al museo delle cere può contare su un trio eccezionale, “rianimato” appositamente dal computer per sconfiggere ogni macchinazione malvagia. L’assortimento dei “cattivi” è davvero demenziale: api regine, cantanti pazzi, folli solleticatori e addirittura un uomo/donna stile Barone Ashura (non è detto che questa “trovata” abbia decretato il colpo di grazia del telefilm).

Rispetto a Batman la Monster Squad ha una produzione decisamente più povera: ambientazioni tutte in studio (probabilmente due o tre), trucchi simili ad una festa di carnevale, trame compresse dai dialoghi abbastanza “telefonati”. Non mancano però simpatiche trovate e qualche contesto comico che regala il sorriso. La parodia di Telethon con raccolta di fondi per le “Cause di morte naturale” è gustosa. Così come le argute riflessioni morali del genio Walt, gli scambi di battute tra i villain e gli assistenti o tra mostri sulle rispettive personalità e caratteristiche sono fonte di amenità, benché non particolarmente sottili.

Siamo però nel 1976 e l’età spensierata della televisione trasversale e generalista ormai è agli sgoccioli: i programmi si sono codificati per indirizzarsi su fasce di spettatori. Il tono naive mescolato alle strizzate d’occhio non è gradito ai programmatori di palinsesti, l’avventura della Monster Squad si ferma alla tredicesima puntata. Il “marchio” invece verrà ripreso in un film, ma con tutt’altra impostazione, ossia “Scuola di mostri” del 1987.

Saliamo di un altro gradino del terrore, ma torniamo indietro di due anni rispetto a Monster Squad, nel 1974, con “The mutations”, ossia le mutazioni. Un horror inglese poco noto e di scarso battage che però parte da una premessa intrigante. In cattedra (nel senso letterale visto che recita la parte di un luminare della biologia) c’è un personaggio di piena credibilità come Donald Pleasence. Volto di contorno di gran parte dei film di genere, principalmente horror e fantastico. Basti dire che è stato presidente degli Stati Uniti nel celeberrimo Fuga da New York di Carpenter.

Qui, vestendo i panni del professor Nolter, si “accontenta” di una parte più tradizionale, il tipico scienziato pazzo, ma con metodo, che sogna di trovare l’ibrido perfetto tra animale e vegetale. Naturalmente sperimentando con sangue umano e soggetti involontari.

L’altro aspetto interessante del film di Jack Cardiff – che schiera anche un irriconoscibile Tom Baker (ricordiamolo come uno dei migliori doctor Who, il fricchettone con la sciarpa) e Michael Dunn (attore nano che ha regalato una memorabile performance in una delle puntate di Star Trek original più discusse per via del famoso bacio tra Kirk e Uhura) – è rappresentato dal recupero dei freaks, ossia gli strambi, persone con malformazioni o malattie genetiche. Sappiamo bene Tod Browning ha eretto una pietra miliare del cinema weird proprio con Freaks nel lontano 1932, mettendo davanti alla cinepresa ciò che era relegato ai baracconi delle fiere (da qui indubbiamente è nata l’idea di Elephant man, film di gran clamore negli anni ‘80 e poi piuttosto dimenticato).

L’intreccio sta quindi in una sorta di dottor Moreau che incontra il circo delle deformità. Ma se il primo vuole creare l’essere perfetto, autosufficiente e fotosintetico. Gli altri (almeno un paio) vorrebbero trovare la “normalità” secondo gli standard della morfologia e dell’estetica corrente. Secondo voi l’intesa può reggere?

Tra gli aspetti di maggior pregio – esclusi a priori i trucchi davvero basici, anzi fonte di ridicolaggine – ci sono le riprese accelerate della crescita delle piante. Una trovata che regge il passare degli anni, anche perché abbinata ad una suggestiva colonna sonora di Basil Birchin, che fu tra i pionieri della musica elettronica (ascoltatevi “Worlds within wolrds” del 1971 per intero e non dovrete dimostrare più il vostro coraggio auditivo).

Il piatto “forte” della serata è rappresentato da un pimpante titolo del 1991: “Highway to hell”. Una gustosa rivisazione del mito di Orfeo ed Euridice in chiave moderna girato in scenari desertici punteggiati di fantasiose scenografie, bizzarri personaggi (siamo all’Inferno dopotutto), con qualche tocco edulcorato di violenza, ma nessuna intenzione di cedere al realismo.

Charlie e Rachel vogliono sposarsi contro la volontà dei genitori e fuggono sulle deserte strade che portano a Las Vegas. Lungo una scorciatoia “maledetta” si consuma il fatidico incontro con un poliziotto zombie che rapisce Rachel portandola nella dimensione infernale. Qui inizia l’avventura fantastica venata di nero e tinte pastello.

Il tono infatti è da favola moderna con molti colori e momenti che sfiorano la dinamica da videoclip. Mancano però canzoni per sostenere il ritmo e la regia di Ate de Jong non è molto determinata, gli attori principali Chad Lowe e Kristy Swanson sembrano un po’ smarriti… a oltranza. Ci sono poi i cameo di Ben Stiller e famiglia a puntellare il tono camp della narrazione, che però non offre memorabili battute. Il punto di forza è senz’altro la velocità di svolgimento, si vedono diverse cose interessanti nell’inferno del consumismo americano: drive in da incubo, party per dipartiti, motociclisti irascibili e qualche mitologico soggetto. Un regista italico “di genere” con simile disponibilità avrebbe fatto sfracelli, qui il materiale abbonda ma si resta in superficie per far entrare al cinema grandi e piccini. Insomma un brivido per famiglie che non è entrato nell’orbita dei classici del brivido. Ma per un Halloween di incupito da ferali cronache, direi che è un’opera totalmente recuperabile per una sana serata all’insegna della migliore paura. Quella che evapora all’alba
del giorno dopo.

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