Quando Jumborg, Ultraman e Kamen rider lottavano per la Thailandia

Per la gioia dei grandi e lo sconcerto dei piccini, torniamo a parlarvi del vasto universo dei tokusatsu. Una branca della fantascienza avventurosa di marca assolutamente nipponica che prende il nome dal termine “effetto speciale”, includendo trucchi fotografici, “giochi” prospettici con miniature e riprese in live action con personaggi in costume.
Un mix elaborato per rendere sul grande schermo nella forma più spettacolare i personaggi di storie che fino ai primi anni ‘50 avevano vissuto sulle pagine dei manga oppure – qualche anno dopo – si erano affacciati al crescente mercato televisivo (che diversamente dall’Italia non subiva il monopolio statale, ma si articolava già di varie iniziative private).
Non vi ripetiamo qui i motivi dell’importanza e del genio di artisti come Osamu Tezuka, Go Nagai, Shotaro Ishinomori, Leiji Matsumoto etc. L’immaginario plasmato da questi creativi riverbera nei decenni, ma la vicenda di cui ci occupiamo è più lontana, ancorata agli anni settanta. E poi geolocalizzata in un Paese che non appartiene (se non politicamente) al grappolo occidentale: la Thailandia.
A questo punto va messo sul tavolo un nome: Sompote Sands (nome d’arte di Sompho Sangduanchai, 1941 – 2021), figlio di immigrati cinesi in Thailandia, aspirante monaco buddista convertito alla fotografia e infine assistente alla regia ed effetti speciali nel fiorente settore della cinematografia nipponica degli anni sessanta. In particolare lavorò nelle troupe di Akira Kurosawa e Eiji Tsuburaya. E se il primo è un maestro della cinematografia mondiale, il secondo è la mente dietro il successo dei film giapponesi fantastici grazie alla genialità dei suoi effetti speciali. Le opere di rinomati mangaka hanno potuto prendere forma sullo schermo grazie alle sue trovate generando un filone narrativo del fantastico con canoni specifici.
Sompote Sands, tornato in patria, avviò le proprie produzioni con la sigla Chayio Production e nel 1973 il suo primo film “Tah Tie” – un mix di folklore, magia favolistica ed effetti speciali elaborati sulla scia delle serie nipponiche – fu un successo istantaneo e, anche se oggi pare un pastone delirante alla Ed Wood, allora “sbancò il botteghino” con incassi milionari. A metà degli anni ‘70 il regista riallacciò rapporti di lavoro con Tsuburaya figlio: il padre Eiji era scomparso e la casa di produzione non navigava in buone acque, anche se la saga di Ultraman si stava dispiegando per varie vie nei canali di intrattenimento occidentali. Da qui nacque un’intesa artistico commerciale che diede rigogliosi frutti cinematografici, almeno per il mercato orientale.
In Thailandia i supereroi giapponesi impazzavano in manga, giocattoli e televisione, secondo un collaudato meccanismo di marketing creato per affascinare la generazione dei giovanissimi. La televisione esisteva, ma in un Paese dove la ricchezza era meno diffusa, il cinema popolare rappresentava la vera macchina mediatica per fare sfavillare i personaggi iconici che arrivano dal Giappone.
Per cogliere questa opportunità ecco che nel 1974 vide la luce il film “Jumborg ace & giant”, opera diretta da Sands che mescolava il personaggio della serie televisiva giapponese a elementi di folklore thailandese. Vale a dire i giganti di Wat Pho e di Wat Arun, figure che derivano da statue di templi e richiamano nella dinamica il gigante guerriero sfasciatutto “Daimajin” del 1966. Sompote Sands fa un sacco di soldi, il film è uno dei maggiori incassi di quegli anni e viene esportato per il mercato cinese e poi occidentale, attraverso Taiwan (il doppiaggio inglese dei bambini è qualcosa che fa invidia ad Alvin superstar). Da notare che in Giappone invece non venne distribuito: la commistione thai avrebbe disorientato i fan.
La nostra visione fa riferimento all’adattamento taiwanese che era stata la base per il lancio sul mercato occidentale. Ebbene, il piatto è ricco: si parte da un match di baseball tra ragazzini nei pressi di un tempio, quindi la scoperta di una caverna millenaria dove è custodita una statuetta dalle insolite proprietà radioattive. Intanto le trasmissioni televisive si interrompono per annunciare l’arrivo dei marziani: dei ceffi mascherati da Cugini di campagna che pretendono la consegna di un una pietra dalla speciale energia indispensabile per conquistare l’universo (sic!).
Sulla strada degli invasori compaiono allora Jumborg – prodotto della tecnologia giapponese – e il Gigante che combatte sotto la bandiera thailandese.
Le piacevolezze sono numerose: dall’originale astronave doppia delle forze thailandesi, vestite in eleganti tute oro e argento agli strepiti dei “marziani” (la regina in parrucca è in gara con gli scimmioni di Spectreman per il trofeo tamarraggine), dalle location in miniatura (dalle consuete metropoli da sfasciare ai brulli scenari della Luna) allo sfoggio di raggi fino al furto di qualche brandello di Dark Side of the moon dei Pink Floyd nella colonna sonora.
Anche questo film ebbe una buona accoglienza: si dice un milione di bath in 7 giorni. Risultato che fece tintinnare la campanella del guadagno anche per i mitici Shaw Brothers di Hong Kong che ne acquistarono i diritti per il mercato asiatico.
Il secondo film dalla joint venture, che vede Sands alla regia, arriva nel 1975 e cala l’asso dell’alleanza nippo-thailandese, ossia “The six ultra brothers vs. the monster army”. Un’opera che rilancia alla grande i concetti avviati nel precedente film: il protagonista infatti è Hanuman, il semidio scimmia presente nei testi sacri dell’Induismo e confluito anche nel Buddismo che ha attraversato l’Asia.
In sé il film è abbastanza elementare, un prodotto per bambini (che tra l’altro sono personaggi di peso nella trama), la sua particolarità sta nella mescolanza di figure religiose e personaggi fantastici, vale a dire gli ultra brothers che corrispondono alle varie incarnazioni degli Ultraman: eroi alieni originari di un pianeta nella Nebulosa M78 che si mettono al servizio di civiltà meno progredite minacciate in genere da mostri di stazza elevata (della misura di un Godzilla per intenderci, ossia quel che occorre per far trionfare la pratica della suit animation nei set di meravigliose miniature).
La vicenda parte dal racconto della mitica nascita di Hanuman con toni da dottrina e poi si innesta su un cambiamento climatico che sta affliggendo la Terra: il Sole si sta avvicinando al pianeta causando siccità e inaridendo i terreni. Per ovviare al problema uno scienziato thailandese sta preparando dei missili in grado di provocare delle piogge controllate.
Tutto questo è spiegato mentre vediamo dei bambini che eseguono una frenetica danza propiziatoria della pioggia in una zona di templi non particolarmente ben tenuti. Nel mentre dei ladri di antichità si appropriano della testa di un budda, sopprimendo un innocente ragazzino che voleva fermarli.
Un misfatto doppiamente sacrilego che innesca il risveglio di Hanuman, propiziato dagli Ultraman. Questo vendica l’onta all’istante sfracellando i meschini arraffatori, ma la catena delle disgrazie si è avviata ed è soltanto l’inizio di un ciclo di calamità che soltanto gli eroi giganti potranno sventare.
L’atmosfera è abbastanza poveristica, ma ci sono delle pregevolezze assolute: il pianeta degli Ultraman è una sciccheria di plastiche e luminarie, la base missilistica un delirio di “razzistica” onnipotenza da far invidi
a a Elon Musk (e tra l’altro c’è il giovine scienziato che un poco lo prefigura) e poi, ovviamente i mostri dalle fogge più tremende pescate dalle serie tivù di Ultraman o di ispirazione.
I combattimenti di Hanuman con i giganti usciti dalle viscere della terra travalicano il comico volontariamente in più occasioni (la scena del dialogo tra il Sole e Hanuman è da antologia). Arti marziali e balletto si intersecano a sfavillanti sinfonie di raggi e colorate onde mesmerizzanti. Il tutto pare studiato per stemperare i toni del macello e rendere plausibili gli affettamenti corporali e le catastrofi che sconquassano le lande tailandesi.
La curiosa commistione (che pure fece storcere il naso per aver combinato personaggi di fantasia ad una figura della letteratura sacra) rinnovò i forti incassi al botteghino e si aggiudicò premi internazionali. Anche se proprio al culmine del successo, il rapporto tra Sands e Tsuburaya si deteriorò e più in là fu la causa di una dolorosa controversia legale sulla disponibilità dei personaggi che venne risolta soltanto nel 2017. Data che vi fa capire quanto il buon Sands abbia tenuto duro prima di mollare l’osso.
A testimonianza di ciò non ci sono soltanto gli strascichi legali, ma nuove prove cinematografiche. Infatti nel 1975 prendendo parte del film “I cinque riders contro King Dark” e spezzoni degli Ultra Brothers contro l’armata dei mostri, la Chaiyo Production realizzò “Hanuman e i cinque cavalieri”, vale a dire i cinque Kamen Riders ( da Tokyo, New York, Parigi, Mosca e… Tahiti). Un film non autorizzato da accordi con la Toei o con Ishinomori, cosa che inasprì la diatriba facendo entrare in campo gli avvocati (forse peggio dei mostri dei Kamen).
Il film è un lungo pasticcio che assembla i due film citati e scene nuove in modo da plasmare una trama flebile ma in continuità con il film precedente di Sands. Tra le perle ci sono i Kamen thailandesi che smarmittano per le strade e i prati, le cruente sequenze girate all’inferno (un vero monito a seguire la retta via) e il vampirismo biomeccanico del re oscuro (cercatore di vergini in Thailandia… vabbè).
Non possiamo chiudere la carrellata di questa speciale parentesi del fantastico in salsa thai senza citare l’ultimo apocrifo film, ossia il delirante “Space warriors 2000”: una produzione Usa del 1984 che somma i Sei Ultra Brothers di Sands a spezzoni di film di Ultraman inserendoli nel sogno di un bambino che riceve in dono dal padre una action figure di Ultraman. In sintesi, un pastone ignobile di combattimenti a catena dove pescare un filo logico è davvero dura. Si rimpiange il tocco naif del regista thailandese, capace di abbinare con simpatia e dolcezza le radici della cultura locale con il senso del fantastico giapponese. Un ibrido creativo a basso costo, che però anticipa e supera tanti abbinamenti telecomandati dei nostri tempi.



