La corta estate del rock and roll samurai di Lost Vegas

Sei corde e una katana non bastano per conquistare il botteghino: il bel flop di Six Strings Samurai

Non solo anni ‘80. Le perle del sottobosco mediatico si trovano sparse per le decadi e oggi, con una disinvolta navigazione schivando le rimbalzando gli algoritmi come correnti tropicali, è possibile raggiungerle le più nascoste. O almeno, quelle che fino a qualche giorno fa mostravano soltanto il loro lato oscuro. E’ capitato a me con quel piccolo attrattore di nonsense che si chiama “Six strings samurai”.

Un film del 1998, quindi nell’età del web lento e della circolazione delle informazioni ancora non connessa a livello globale. Aggiungiamoci un milennium bug tanto per gradire e una quantità di lucciole grandi come lanterne che hanno offuscato la valorizzazione di questi prodotti non allineati al gusto delle principali correnti. Sì, perché “Six string samurai” rientra in quell’area 51 del cinema che alberga gli oggetti misteriosi, le pellicole non classificabili. Come Repoman, come Buckaroo Banzai, tanto per fare due titoli.

Il film nasce attorno ad un nome, anzi ad una faccia, quella di Jeffrey Falcon: appassionato di arti marziali fin da giovane – indubbiamente influenzato dall’urlo di Chen che con Bruce Lee aveva scosso l’Occidente – si getta a capofitto nello studio del whushu fino ad arrivare a livelli agonistici di caratura nazionale. Falcon, a metà degli anni ‘80, si trasferisce a Taiwan nella doppia veste di insegnante e allievo e qui viene notato – dicono le cronache – da nientemeno che Jackie Chan che lo attira nell’orbita della fiorente cinematografia del “menamose” (detto alla romana).

Dopo diverse parti e particelle con il nome di Git Foo decide di tornare negli States per cercare la sua grande occasione. Incredibili a dirsi, ma nell’industria cinematografica cinese i protagonisti toccano ad attori cinesi e gli occidentali fanno ruoli da antagonista o caratterizzazioni. Da noi invece… vabbè, ci siamo capiti.

Fatale nel 1996 l’incontro di Falcon con Lance Mungia, sceneggiatore desideroso di cimentarsi anche alla regia vera, dopo aver smanettato per videoclip musicali. I due elaborano la storia di un post apocalittico di stampo western che si incrocia con un musical su un’ossatura di arti marziali e spade all’insegna dei migliori wuxia. Falcon era ovviamente il protagonista: una sorta di Buddy Holly occhialuto  armato di katana che vagabondava per le rovine desertiche diretto a Lost Vegas. In palio c’era nientemeno che la corona di King Elvis. Un programma post apocalittico di tutto rispetto insomma.

Come Falcon e Mungia siano riusciti a mettere assieme due milioni di dollari per girare il film è uno dei confortanti misteri della storia del cinema. Triste invece scoprire che nel 1998 “Six String Samurai” abbia racimolato al botteghino soltanto 154mila dollari. Certo, ai tempi il mercato home era una fonte alternativa di rilievo, ma il risultato era davvero miserello.

Falcon ci rimase male e diede l’addio alle scene. L’idea di architettare una trilogia di Six String naufragò. Mungia tornò in sala montaggio fino al 2005 quando riusci a dirigere un sequel non particolamente rinomato del Corvo.

Piccola parentesi sulla colonna sonora, che viene confezionata su misura dal compositore Brian Tyler, un nome che non dice molto se non lo associamo a “Fast and furious”. Insomma non è Morricone, ma scorrendo la lista dei suoi lavori vediamo una bella versatilità. E soprattutto spicca una vena rock and roll che si nota quando viene ingaggiato per il folle progetto di Don Coscarelli (quello della saga di Phantasm, esatto) chiamato Bubba Ho-Tep sulla mappa disegnata da un altro bizzarro elemento della letteratura fantastica che risponde al nome di Joe R. Lansdale.

Dal punto di vista dello stile “Six String Samurai” si può collocare fra “Streets of fire” di Walter Hill e “Dead man” di Jim Jarmush. Sono film in cui la musica da da collante a dei quadri spiccatamente iconici, dal sapore molto comic, il primo strizza l’occhio all’hard boiled, il secondo ad un percorso iniziatico simbolico che si riflette nel transito nell’aldilà.

A “Six String Samurai” manca la parte alta e quella bassa. Lo svolgimento è un po’ piatto. La parte debole del film di Mungia sta nella ripetitività di alcune situazioni, nella lungaggine degli scontri che non brillano in spettacolarità o acrobazia. Insomma non c’è Jackie Chan in cabina di regia.

Rimane il sapore di un’occasione perduta e comunque il piacere di un prodotto bizzarro, con inquadrature accattivanti e personaggi coloriti, un pezzo unico che brilla soprattutto per la sua ingenuità di fondo. Cosa che non guasta in un panorama arido di idee e zeppo di “visioni” preconfezionate.

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