La strana lotta di Gor, Star Kinght e Don Rumata contro le ignoranze incurabili

La trasmissione della conoscenza è stata sempre un cruccio dell’umanità. Una volta conseguito un vantaggio conoscitivo in termini scientifici o tecnologici da un individuo, da un gruppo o da un popolo, come è stato impiegato e diffuso? La storia ci dà “buoni” esempi: gli incontri di civiltà con mezzi e fortune dispari hanno visto prevalere il più forte. Il vantaggio è stato sfruttato per imporsi in conquiste territoriali, zone di influenza o vere e proprie sottomissioni di popoli. Vedi le “scoperta” delle Americhe, vedi la colonizzazione dell’Africa, e la spartizione dell’Asia. E non si tratta di una prerogativa occidentale, perché anche altrove la forza organizzata e il numero hanno sempre dettato legge.
La regola, ovviamente, ha qualche timida eccezione, ma timida appunto. Se però guardiamo alla letteratura la breccia delle possibilità si allarga e le speculazioni sulle disparità culturali a confronto sono più aperte alle eventualità. In sostanza si fantastica che un vantaggio materiale o tecnologico non porterebbe necessariamente ad un predominio del più forte o del più tecnologicamente avanzato.
H. G. Wells ne dà un esempio illuminante nel suo racconto “Nel paese dei ciechi” prendendosi gioco del proverbio “Nel paese dei ciechi, l’orbo è re”. Imagina infatti un remoto villaggio situato nelle più alte catene montuose dove la popolazione, nel corso di generazioni, ha perso l’uso della vista, essendo un senso poco praticabile a causa della forte irradiazione solare e dei riverberi. Casualmente un visitatore capita nella valle inaccessibile che custodisce questa sperduta comunità, e medita di approfittare del suo vantaggio “visivo” per assumere il potere o comunque campare servito e riverito.
Tutti i suoi “trucchi” per dimostrare la “magia” della vista verranno sviliti o risulteranno inutili nella società perfettamente organizzata dei ciechi. Anzi, questi lo prenderanno per folle, incompatibile e tutto sommato nocivo al loro stile di vita, con l’esito di una decisiva emarginazione dello strambo straniero.
Sulla scia di questa bizzarra dimostrazione di impotenza del più forte, vi propongo tre film di qualità diversa. Il primo è “Gor” del 1987, per la regia di Fritz Kiersh, tratto da una serie di libri del docente di filosofia John Frederick Lange Jr., scritti nel 1966 con lo pseudonimo di John Norman. Il contesto è fantasy: Tarl Cabot, un giovane professore di storia e folklore, viene catapultato grazie ad un magico anello nel mondo di Gor. Qui si trova subito in mezzo a una battaglia tra gli sgherri del re-sacerdote Sarm contro le poco consistenti forze del regno di Koroba. Il re di questa landa viene rapito e viene asportata anche la home stone, la pietra del potere del regno (che risulta apparentata a quella dell’anello di Tarn).
Ecco che il nostro eroe, interpretato dall’italiano Urbano Barberini (e a guardarlo pare Usa al 100%, la sua lunga carriera partita con Windsurf e Demoni prosegue ancora oggi: vedi Diabolik), si ergerà a campione di Koroba per ristabilire le sorti del regno con l’aiuto della principessa Talena (alias Rebecca Ferratti, ben nota ai paginoni di Playboy). Diciamo subito che non è proprio un capolavoro. Forse qualche mestierante italico avrebbe inspessito un poco la trama filiforme con qualche trovata. Ahimè la vicenda non va molto oltre il tipico cartone animato seriale del pomeriggio Rai anni ‘90. Con l’aggravante di scene di combattimento evidentemente farlocche e piuttosto estenuanti, sommate a dialoghi di linearità da fumetto di serie C. La vibrante colonna sonora di Pino Donaggio, purtroppo, è largamente sprecata per la produzione.
Ci crediate o vogliate vederlo, Gor ha avuto anche un seguito. Tutto più o meno con lo stesso schema: balzo a Gor, scontri vari, arrivo al castello del cattivo e vittoria finale. Si può spiegare la persistenza produttiva con due motivazioni: la prima è il richiamo del fantasy nella seconda metà degli anni ‘80, utile soprattutto per il fiorente mercato del noleggio video. La seconda sta nel titillamento sexy: Gor è una gigantesca spiaggia senza mare (l’ambientazione è desertica, forse sudafricana) e tutti sono in costumi da bagno, o succintissimi abiti. In pratica un baywatch, senza cappa ma con spadoni ed elmi cornuti.
L’aspetto invece che ci preme è la completa – almeno nei film – inutilità del patrimonio culturale del nostro professore. Appena arrivato cerca di aprire il dibattito pacifista con i barbari ma viene pesantemente malmenato. Da quel momento abbraccia la via della lama, dell’arco e del cazzotto pesante per risolvere la questione. Non è Conan, ma il suo contributo alla causa è determinante. Tutto muscolo e sentimento, senza un briciolo di ragionamento.
Forse il suo knowhow letterario è poco utile alla bisogna, ma non si può osservare una totale sconfitta della cultura superiore del Ventesimo secolo dinanzi alla stolidità della barbarie goriana.
Due anni prima – a mia insaputa e immagino anche di molti di voi – uscì nelle sale cinematografiche “Star Knight” (noto anche come Il cavaliere del drago) di Fernando Colombo. Una produzione spagnola che schierava star internazionali del calibro di Klaus Kinsky, Harvey Keitel, Fernando Rey e Miguel Bosè. Insieme per un curioso incrocio tra fantasy e fantascienza che si può riassumere in: Incontri ravvicinati nel medioevo.
Stavolta lo specchio è girato, siamo noi terrestri a figurare come retrogradi ignoranti. L’astronave che giunge dallo spazio, condotta da un alieno che non può respirare la nostra atmosfera, ha un compito esplorativo di studio: è letteralmente un’arca della cultura. Ma i locali ignoranti e di strette vedute la scambiano per un drago. Un evento di meraviglia e terrore che agita le acque del Conde, reggente delle poco amene terre, popolate da genti scontrose e inclini alla sedizione. Per tenerli a bada serve un pugno di ferro e in pole position c’è Klever, desideroso di impalmare la principessa Alba e papparsi il reame.
Nel castello, osteggiato da padre Lupo (il sempre bravo Rey), risiede però l’alchimista Kinski (Boecius) che si guadagna i favori del Conde con vari rimedi medicinali e la promessa di un elisir di salute eterna. Anche se nel sottobanco lavora per la propria gloria. Ed è infatti il primo a intuire che il “drago” è qualcosa di inclassificabile, espressione di un potere sconosciuto che vorrebbe sfruttare.
Di mezzo si mette il cuore della irrequieta principessa Alba (Maria Lamor) che in una notte di folle trasgredisce alle raccomandazioni paterne e si invola alla ventura incappando nel nascondiglio del drago: è amore a prima vista.
Non aggiungiamo altro se non il fatto che l’alieno – interpretato da Bosè truccato un po’ alla “uomo che cadde sulla Terra” – non sa parlare il nostro linguaggio. Si esprime attraverso quelli che vengono percepiti come suoni musicali, però sanno sintonizzarsi sul ricevente in modo da offrire una versione telepatica dei concetti espressi.
Anche qui la freccia di Cupido fa incagliare tutto il grande ingranaggio della macchina della conoscenza: il potente alieno deve abbassarsi ai costumi locali per far trionfare “le ragioni del cuore”, ma si rinuncia ad ogni tentativo di generale elevazione della massa.
Due a zero: in Gor la violenza, nel Cavaliere è l’amore a superare il primato del sapere.
Andiamo quindi al terzo anello, quello dei fratelli Arcadi e Boris Str
ugaskij, autori celebri di fantascienza nella lunga parentesi sovietica della Russia. Alfieri del primato dell’umanesimo luminoso e del richiamo alle positive sorti del progresso per sfuggire alle ristrettezze della povertà (mentale ed economica), della burocrazia, dell’avidità che da millenni inchiodano l’uomo alla ciclica catena delle sofferenze.
Detto così parrebbe un duo di filosofi bravi a scodellare trattati leggeri come il piombo. Non è così. Nei loro libri c’è molta ironia, c’è leggerezza e un gioco di simbologie astute che sono escogitate per evadere dalle lenti della censura. Il loro “Picnic al lato della strada” è stato tradotto per il cinema da Andrej Tarkosky in “Stalker”: è la storia di un misterioso sito in cui una presenza extraterrestre ha fatto capolino disseminandolo di manufatti dalle proprietà incredibili. Un luogo di meraviglie, subito vietato dai governi, che attira però disperati cercatori. Un film dalle immagini potenti, con un senso del tempo alterato e un incedere della narrazione dilatato, insomma cinema che mette alla prova lo spettatore (sul genere di Michelangelo Antonioni). Ma le prove sono ben più ardue negli altri film strugaskiani di cui trattiamo.
Il libro degli Strugaskij che fa a caso nostro si intitola “E’ difficile essere un dio” del 1964. Un’opera che appartiene al ciclo del Mondo di mezzogiorno nel quale si immagina un’umanità progredita, emancipata dalle guerre e dai guasti del capitalismo, ossia un modello di società evoluto dedito allo sviluppo e alla redistribuzione secondo il merito. Un sogno che poteva andare bene per i censori sovietici come prefigurazione del comunismo compiuto, anche se nelle intenzioni degli autori pare più vicino ad una socialdemocrazia illuminata.
“E’ difficile essere un dio” è un racconto particolare, che ha come protagonisti degli studiosi interessati alla vita extraterrestre, nello specifico alla storia di un pianeta “gemello” della Terra popolato però da un’umanità meno progredita. Gli osservatori cercano di capire perché gli uomini di quelle lande non sanno trovare la via per uscire dal circolo delle miserie.
Seguiamo la vicenda di Anton, che prende i panni del nobile Don Rumata per indagare sulla sorte di alcuni personaggi perseguitati dalle violente autorità locali. Si tratta di uomini di scienza, letterati, musici che ad Arkanar sono visti con sospetto, accusati di cospirazione per il confinante ducato Irkanar o empietà. Dietro la macchina della repressione sta l’astuto Don Reba, pronto a sfruttare ogni occasione per accrescere il proprio potere alle spalle di un re facilmente influenzabile.
Ora, di questo libro esistono due trasposizioni cinematografiche: la prima di marca tedesca nel 1989, l’altra russa nel 2013 del regista Aleksei German. La prima è segnata dalla mancata intesa tra gli autori e il regista Peter Fleischmann, la seconda la rende impossibile visto che gli scrittori erano ormai defunti. Quindi si tratta di due interpretazioni dello stesso testo piuttosto distanti che pure seguono la pista letteraria.
Se il primo ha un’estetica tra Dune e Mad Max (nella concezione tedesca) e piazza anche un Werner Herzog (molto a suo agio davanti alla cinepresa, non è certo Guerre Stellari che ci ha rivelato la sua vena recitativa), il secondo fa delle scelte radicali: bianco e nero, camera gestita spesso a mano e lunghi piani sequenza ubriacanti.
Il film tedesco è un’avventura che mescola le dinamiche dello spionaggio e l’azione in un medioevo alternativo (vediamo anche la base spaziale degli osservatori e si chiarisce una verità alternativa rispetto alle finalità degli studi) che riflette il nostro passato (?) di integralismi e dispotismi. Il russo è un trip, un incubo delle più nere rappresentazioni dei secoli bui: fango e sudiciume ovunque, scenari che suggeriscono povertà e aggressività, volti sdentati, deformi, frasi smozzicate, declamate o urlate quasi in una perenne ubriachezza molesta.
I personaggi del film di Aleksei, a parte il cavaliere protagonista, sembrano strisciati fuori da un quadro di Bruegel caduto in un pantano e contribuiscono ad aggravare la sensazione di una terra senza speranza, sprofondata nel feudalesimo più bieco e oscurantista. Tutto sembra brulicare e brancolare, come un tozzo di pane mezzo marcio abitato da vermi inconsapevoli di ogni splendore, di ogni barlume di ragione, se non del diritto del più forte.
Anton/Don Rumata si trova progressivamente in bilico tra i doveri di osservatore e il desiderio di un interventismo radicale. La sofferenza e la miseria non sono più uno spettacolo da osservare con distacco da entomologo, ma una dimensione che si fa empatica e affligge (o infetta, per gli standard di indifferenza attuali) anche chi se ne è liberato da secoli. Lo sforzo per incanalare un regno intero e forse una civiltà, verso i valori di rispetto del prossimo e un atteggiamento aperto nei confronti delle arti e delle scienze sembra fuori dalla portata di un singolo uomo. E forse anche di un’intera società di pacifici studiosi. La conoscenza non è esportabile se non ne viene riconosciuto il valore, se manca la volontà per far attecchire il cambiamento; paiono dirci i fratelli Strugaskij.
Le opere presentate, anche se declinate in forme diverse, parlano degli stessi temi: il sapere può guarirci dall’ignoranza, dalla follia della guerra e del dispotismo? E possibile “esportare” una conoscenza superiore in contesti “primitivi” per ottenere un confronto pacifico? In definitiva, queste storie sono una bella sfida alla facile equazione tra progresso scientifico ed evoluzione sociale. E, ahinoi, se ieri si trattava speculazioni fantascientifiche, oggi sono il pane della cronaca.



